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Il Gattopardo

Il Gattopardo

il gattopardoIl Gattopardo

Di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Recensire “il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è sicuramente una grande responsabilità, essendo il libro in questione uno dei capolavori della letteratura italiana. Tanto si è scritto sull’argomento, ad opera di personaggi più illustri e competenti, da creare una vera e propria bibliografia di merito.

Quelle che seguono sono quindi le mie personalissime impressioni di lettura ed alcune riflessioni da essa generata.

A dispetto dell’opinione diffusa, che incastona il Gattopardo nel novero dei romanzi storici, a mio modo di vedere si tratta perlopiù di un’opera psicologica ed anche se il contesto è quello relativo allo sbarco di Garibaldi in Sicilia e alle successive vicende politiche che hanno portato all’Unità d’Italia, tutta la narrazione è incentrata sul decadimento dell’antica aristocrazia di fronte alle inevitabili trasformazioni sociali provocate dai movimenti reazionari di fine ‘800. 

In questo contesto, si staglia imponente (non solo per la stazza fisica) la figura del protagonista, Fabrizio Corbera principe di Salina, ultimo discendente del nobile casato siciliano.

Mirabili le lucide introspezioni, inserite magistralmente da Tomasi di Lampedusa all’interno della struttura narrativa, che depositano la storia (in tutti i sensi) nel ruolo di mero fondale rispetto alla drammatica condizione umana, rappresentata qui con i suoi eterni conflitti ed i temi irrisolvibili quali la precarietà e la morte.

Ad impreziosire inoltre le acute digressioni del protagonista, contribuisce lo stile elegante ed acuto dell’autore, la cui importanza letteraria è stata riconosciuta solo postuma: il Gattopardo è stato infatti pubblicato solo dopo la scomparsa del letterata siciliano, avvenuta prematuramente nel 1957 a causa di un tumore ai polmoni, e dopo che in precedenza era stato clamorosamente rifiutato da Elio Vittorini presso la casa editrice Einaudi. Per la serie, anche i migliori sbagliano.

Per la cronaca, stiamo parlando del primo libro italiano capace di vendere più di 100.000 copie.

Un opera importante, insomma, la cui lettura è vivamente consigliata. Forse non sempre comprensibile in alcune sfumature tipicamente siciliane, in questo senso rese difficili non tanto per la lingua (il dialetto non viene quasi mai usato dall’autore) quanto per il modo di ragionare.

Anche su questo aspetto vale la pena soffermarsi…. Il Gattopardo parla della Sicilia e, soprattutto, della sicilianità. Particolare condizione d’animo, questa, comune forse a tutti quei popoli (non tanti per la verità) che per motivi geografici o politici sono sempre stati oggetto di occupazione e/o vessazione da parte di altri popoli o etnie.

Nel caso della Sicilia la storia è eclatante: quasi tre millenni di storia caratterizzati da innumerevoli dominazioni (Greci, Romani, Arabi, Normanni, Angioini, Aragonesi, Borboni…) che hanno inciso inevitabilmente sul carattere dei suoi abitanti i quali, pur mantenendo la loro proverbiale accoglienza, hanno maturato un naturale disincanto e un’indifferenza verso le istituzioni ed il mondo politico in generale da rasentare spesso una pericolosa immobilità.

Per molti infatti il cambiamento è motivo di problemi e perplessità, abituati alla “comodità” delle proprie abitudini. Chi invece vive di cambiamenti, alla fine non può che abituarsi anche a quello…

Esemplare, a riguardo, l’affermazione di Tancredi, nipote del Principe di Salina: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. A tal punto che la celebre Enciclopedia Treccani ha coniato alcuni neologismi, quali “gattopardesco”, “gattopardiano” e “gattopardismo” ad identificare “quell’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe” (cit. da Enciclopedia Treccani).

Per chiudere, un’ultima citazione di Don Fabrizio in merito alla dinastie aristocratiche (di cui ricordiamo lo stemma nobiliare essere rappresentato da un Gattopardo):

Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra”.

Luciano Triolo

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